La chiesetta del Cauriol nel 1920 (fotoriproduzione Aldo Zorzi)

Il punto bianco indica i luogo in cui sorgeva la chiesetta visto da Cima d’Asta (foto De Battaglia)

chiesetta nel 1925, ancora in buone condizioni. Notare lo sbrecciamento delle piante intorno, dovuto alle esplosioni (fotoriproduzione A. Zorzi).

 
COSTRUZIONE, BREVE VITA E TRISTE FINE DELLA CHIESETTA DEL CAURIOL (1917 – 1937)

di Aldo Zorzi

 

..."El porte pasiensa sior Capelan, che co l'è tut fenì ghe faron 'na ceséta...".

Così si esprimeva nel 1916 il trentenne capitano Gabriele Sante Nasci da Cardignano (Treviso), del battaglione "Feltre" ( 7° reggimento alpini ), verso il suo Cappellano, don Luigi Agostini da Cogollo del Cengio ( Vicenza ), che era alquanto risentito per le imprecazioni ed il frasario non proprio divinatorio usato dagli alpini sia nel fragore delle battaglie che durante i lavori di sistemazione delle posizioni lungo i durissimi sei mesi, da novembre 1916 a tutto aprile 1917, di quell'inverno, il più nevoso del secolo: lassù, nei pressi della Cima Cauriol (2495 m), nevicò ben novantadue volte, accumulando dieci metri del bianco elemento e provocando centinaia e centinaia di morti per le conseguenti valanghe.

A fronte fermo fu individuato il posto, alla base del lungo e ripidissimo camminamento sotterraneo a varie diramazioni (in totale circa 1400 metri) che portava in vetta presso il presidio italiano, e al centro di un quadrivio di mulattiere lastricate: luogo attorniato da una quarantina di baracche ricovero, in una posizione defilata dal Piccolo Cauriol (2404 m), pieno di caverne in roccia, e dalla quota 2512 di Busa Alta nord est, ma anche dal Copolà e dalla Litegosa ad ovest, tutte cime in mano al nemico. La quota: 1900 metri, in territorio catastale di Pieve Tesino, al confine con Canai S.Bovo (TN), di proprietà dei conti di Wolkenstein, e dal 1933 proprietà Cellini, al limite superiore del lariceto e dell'ontano nano.

Artefici principali gli alpini dei battaglioni  "Fel- tre", "Val Cismon" e "Vaibrenta", quasi tutti veneti, ottimi lavoratori della pietra, e gli alpini del bat- taglione "Monrosa", piemontesi-lombardi, con i rispettivi comandanti: Nasci, Scandolara, Bene- detti, Busa, gli ufficiali Basile, Berti, Moro, Bonsembiante, Monelli, Manaresi, Buzzetti ecc. Lo scopo facilmente intuibile: oltre che mantenere la promessa fatta, il doveroso ricordo di centinaia di loro commilitoni periti nelle azioni per la conquista della vetta.

I lavori, con i pochi mezzi a disposizione e a quelle altitudini, iniziarono a fine maggio 1917 a fronte fermo e procedettero a giorni alterni per tutta la primavera - estate, malgrado che qualche cannona- ta di disturbo, qualche azione sporadica o qualche "pallottola vagante" fosse sempre da attendersi, come difatti fu. La costruzione (vedi foto) aveva una base di sei metri per sette circa, con porta cen- trale affiancata da due finestroni a bifora con ar-cate tondeggianti, rosone centrale con effigi, sovra-stato all'apice  del  tetto  da  una  robusta  croce  monoblocco in porfido, come pure in monoblocco di porfido erano i quattro pilastri cantonali, base 50x50cm, alti 2,7m, incorporati negli angoli esterni. Tetto a due spioventi in cemento con sopra adagiata una grossa lamiera zincata ondulata, fermata da correntoni in legno e blocchi di pietra uso casa di montagna. Poco il cemento, essenziale la pietra, reperita sul posto o qualche decina di metri più a monte.

Ebbi testimonianza qualche anno fa, da Sperandio Remo da Caoria, classe 1900 (deportato nel 1915 a Mittendorf assieme ad un centinaio di suoi compaesani perché si erano recati in montagna per la falciatura, in terra di nessuno) che nelle fondamenta della chiesetta oltre che a pietre e cemento si gettarono centinaia di bombe, scoppiate e no, tanto da fare solida base e, nello stesso tempo, "pulizia" della zona circostante, teatro delle battaglie di qualche mese prima.

All'interno un rustico altare di pietra e tronchetti, sei panconi, quattro candelieri, una statua della Madonna Addolorata, tovaglia, quattro blocchi di porfido, murati due per parte dell'altare, recanti gli stemmi dei quattro battaglioni scolpiti in alto rilievo con arte, e quali portafiori una decina di bossoli calibro 149, 102, 75, 65 mm. La facciata principale, volta verso valle con il Cauriol alle spalle a buona guardia, era visibile da Caoria (in linea d'aria otto chilometri) ed era esposta al sole per lunghe ore, dall'alba al tramonto: anche in dicembre il luogo ha il sole già alle sette e  un quarto, quando sorge da dietro le Dolomiti orien- tali, un centinaio di chilometri di distanza, mentre nei fondovalle del Vanoi e di Fiemme il sole arriva alle dieci.  Possiamo  affermare che era la più bella e la più toccante di tutte le cappelle-chiesette di guerra dell'intero Lagorai.

La benedizione, la dedicazione alla Madonna dei Sette Dolori, la prima Messa, ebbero luogo il 15 settembre 1917, giorno appunto della Vergine titolare. Celebrante don Luigi Agostini del "Feltre", assistito da don Amedeo Giretti, cappellano del battaglione "Monte Arvenis", appellato "mamma" e, dopo le ostilità, divenuto parroco e canonico per ben 52 anni di Montasico. Presenti ufficiali ed alpini disponibili in quel momento.In seguito all'interno fu tappezzata da decine di lettere e cartoline scritte da famigliari, foto di spose e bimbi sdrucite da mesi nelle tasche o nei portafogli, oggetti  impetranti il ritorno del papà, del figlio, dello sposo.

La chiesetta ebbe esercizio assai breve, una cinquantina di giorni, per il fatto che il 3-4-5 di novembre tutta la zona, così duramente contesa, dovette essere abbandonata in conseguenza dei tristi fatti di Caporetto. Oh quanto son frivoli ed instabili i disegni degli uomini! In guerra poi...

I soldati, partendo improvvisamente e di notte, salutarono la chiesetta con giaculatorie a voce sommessa e con qualche lacrima agli occhi. Li aspettava purtroppo un'altra serie di sanguinose batta- glie sul fronte del Monte Grappa.

Il tempietto passò tacitamente in mano austriaca, la cui truppa, in gran parte cattolica (rutena, ceca, ungherese, polacca ecc.) ebbe gran rispetto. Poi, un anno dopo, nel novembre 1918, cambiò di nuovo nazionalità. Ne seguì l'abbandono totale. Nessuno la prese in consegna ,   nemmeno i curati di Caoria:don Rodolfo Trentini e, dal 1922, don Daniele Sperandio da Canai S.Bovo: la chiesetta rimase lassù, alla mercé di curiosi, pastori delle malghe Laghetti e Coldosè, recuperanti di mestiere ecc.

Sparirono i pochi arredi interni, gli stemmi di pie- tra di cm 40x40 sopra citati, la croce, la statua del- l'Addolorata (sembra sia tornata a Bologna da chi la donò), la testata interna in pietra recante la scritta ALMAE VIRGINI MONROSAE , le lettere, le foto, gli ex voto.Nell'estate 1937, quindi dopo vent'anni, fu addirittura fatta saltare con l'esplosivo da recuperanti di professione (di una regione quasi certa) allo scopo, sacrilego, di recuperare quanto di ferro c'era: putrelle, chiavarde, pattabanda ecc. Una desolazione!...

Dopo tanti anni, a forza di esplorare la zona, venne individuata: ma che strazio! Tutto a terra in cocci, i pilastri coperti di muschio fra una sterpaglia soffocatrice. Ora sembra che sia sorta l'idea di rimettere in piedi qualcosa, almeno una stele a ricordo. Non sarebbe bello anche ora, dopo  76 anni, potersi recare colà, facendo il giro del monte Cauriol, e recitare una prece davanti alla bianca facciata della chiesetta sempre illuminata dal sole, alla memoria di quanti lassù, di qualsiasi nazionalità, si sacrificarono per un ideale?

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